Stella was a diver.

Mi sento sola come una galleria: un libro mai letto che aveva una storia incantevole che non conoscerete mai; quel vestito stropicciato accoccolato nell’angolo quando mi spoglio di domenica mattina grata di non ricordare nemmeno il mio nome; una cartolina sigillata piena d’ingenuità e d’affetto che non ti ho mai spedito, ché ero così limpida, così pulita tanto tempo fa -ma l’istrice dagli occhi bui che sarei diventata lo sapeva già- da non aver trovato il coraggio.
Sono un messaggio che si è perso nell’etere; una lettera deviata dai disservizi delle poste che arriverà a destinazione quando non ci sarò più:  mi avrete persa e anche quel giorno avrò il mio sorriso intollerabile da prendere a schiaffi.
Un gingillo dimenticato -chi cazzo me l’ha regalato?- questi flaconi allineati sul comodino -le mie bambole di seta- che mi hanno tenuto compagnia dentro questo letto-isola in cui non sono riuscita a versare nemmeno una lacrima, a cui non vi siete avvicinati -le infante imperatrici si ammirano solo durante le parate regali- ma tanto non ve l’avrei permesso.
Quel che sono l’ho voluto io.
E prima di tutta quest’ecatombe avrei voluto anche te, splendida ragazzina egoista a cui ho fatto da scudo umano per vent’anni senza un lamento, solo che dovresti conoscermi meglio di chiunque altro: ti ho sradicato senza nemmeno accorgermene, al tuo posto nel mio inutile cuore, il solito fottuto pezzo di marmo (sì, già proprio come con tutti gli altri!) e se, quando ascoltavo questa canzone, sorridevo pensando alle tue mani sudate, alle donne che stavamo -che stavi- diventando, ora sento solo che non esisti più [e che quella canzone parla molto più di me che di te, benché il nome sia tuo e la truffatrice sia tu]
E ti ucciderei per tutto questo niente che mi hai dato.


E domani ho bisogno di uscire da questo letto, di un vestito nuovo e delle sei di mattina, ché nessuno si accorgerà mai dei punti di sutura.



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